Tra le indicazioni principali lasciate dal conte Von Bothmer, fondatore dell’omonima ginnastica, troviamo la centralità della posizione eretta dell’essere animico incarnato nella sua sostanza umana, l’ Antrophos.
La condizione di Antrophos non è semicemente quella in cui l’umano sta in piedi eretto, ma la meta unificante cui bisognerebbe tendere al termine di ogni esercizio ginnico.
Indipendentemente dalla complessità animica e/o fisica degli esercizi svolti, il ginnasta dovrebbe concludere con uno stato di verticalità animico-fisica tale per cui gli spazi esplorati abbiano trovato corrispondenze nelle forze cosmiche ad essi relative, ed il ginnasta ne sia contemporaneamente compenetrato ed attraversato.
Lo stato di quiete nella verticalità non sarà quindi immobilità o fissità, bensì concentrazione percettiva ed espansione irradiante.
Nel bambino piccolo che esplori la sua corporeità per scoprire il movimento, l’atto dello stare nella verticale è accompagnato da espressioni di gioia e soddisfazione. L’infante, in quanto ancora pienamente collegato con le forze cosmiche in maniera incosciente, trattiene una fugace sensazione di quei momenti.
Come può l’adulto aiutarlo a conquistare un movimento ricco e creativo? Innanzi tutto non aiutandolo nei movimenti che il bambino agisce attraverso il corpo; egli deve poter esplorare i singoli piani dello spazio in maniera bidimensionale: strisciando sulla pancia o sul sedere, gattonando, cadendo e rotolando. Più la fase bidimensionale sarà lunga, con ovvie differenze individuali, tanto più il bambino saprà creare movimenti personali nella fase tridimensionale.
Per fase tridimensionale si intende quella in cui il bambino, alzandosi sui piedi senza essere supportato, riesce a fermarsi nello spazio.
La fase intermedia, quella in cui si lancia da un piano di appoggio all’altro, non è ancora definibile tridimensionale.
Nel momento antropologico fondamentale, la fase in cui il bambino acquisisce una della caratteristiche della sua specie, la postura eretta, l’aiuto dell’adulto dovrebbe essere esclusivamente interiore.
Ogni volta che il bambino si fermi nello spazio, e spesso capiterà di vederlo dondolare con un equilibrio instabile, l’adulto dovrebbe osservarlo senza ansia né paura, donandogli amorevolmente la sua coscienza dell’ Antrophos. Tale gesto animico contribuirà a tenere in piedi il bambino più del tocco materiale, ma non lo priverà della propria sperimentazione creativa dello spazio tridimensionale.
