Ritrovare il Cristo nell’educazione: le tre ombre del nostro tempo e la nascita interiore del nuovo
di Clementina Sguerri
Nel dicembre del 1918, Rudolf Steiner tenne a Dornach una conferenza che oggi, a più di un secolo di distanza, risuona con una forza sorprendente. Non perché parli di eventi storici o di dottrine religiose, ma perché individua con lucidità tre forze che oscurano la coscienza contemporanea e che, se non riconosciute, deformano il nostro modo di educare, di pensare e di vivere. La conferenza, intitolata “Come ritrovare il Cristo?”, non è un testo teologico: è un invito a comprendere come l’essere umano possa ritrovare un centro vivo, un orientamento interiore, un punto di equilibrio tra forze opposte che lo attirano.
Per chi si occupa di pedagogia, questo testo è un tesoro. Non perché offra metodi o tecniche, ma perché illumina il terreno su cui ogni educazione si fonda: la qualità dell’anima adulta, la sua capacità di distinguere tra luce e ombra, tra ciò che sostiene la crescita e ciò che la devia. Steiner non parla ai bambini: parla agli adulti che devono accompagnarli e lo fa mostrando come la nostra epoca sia attraversata da tre grandi ombre che, se non riconosciute, possono infiltrarsi nei processi educativi, nelle istituzioni, nelle relazioni e perfino nelle intenzioni più nobili.
L’intera conferenza ruota attorno a un’immagine: la nascita del cristianesimo come evento cosmico e storico, e la necessità, oggi, di un nuovo Natale interiore. Non un ritorno al passato, ma un nuovo inizio. Per Steiner, il Natale non è solo la nascita di Gesù: è la nascita di un modo nuovo di comprendere l’essere umano, il tempo, la libertà. È la nascita di un impulso che può essere ritrovato solo se si riconoscono le forze che lo oscurano.
Steiner parte da un’osservazione semplice: lo stato d’animo contemporaneo non è più naturalmente predisposto alla profondità interiore. Le notti sante, le leggende come quella di Olaf Åsteson, le esperienze spirituali che un tempo erano accessibili a un’anima preparata, oggi sembrano lontane. Non perché siano scomparse, ma perché l’uomo moderno ha perso il senso del sacro, la capacità di percepire ciò che non è immediatamente visibile.
La leggenda di Olaf Åsteson, conosciuta anche come “Il canto del sogno”, è una saga norvegese che Steiner ha valorizzato profondamente per il suo contenuto spirituale ed iniziatico. La narrazione si collega al periodo delle tredici notti sante, dal Natale all’Epifania e descrive il viaggio interiore del giovane norvegese Olaf che cade in un sonno profondo la notte di Natale e dorme per tredici giorni e tredici notti. Durante questo profondo sonno vive visioni spirituali, sperimenta le prove dell’umanità e infine la visione del Cristo Redentore per esserne poi testimone al risveglio con i suoi contemporanei.
L’uomo dunque, dice Steiner, ha perso la capacità di intuire e percepire il sacro; il Natale può da lui essere riscoperto, non come festa religiosa, ma come esperienza dell’anima con un’ attiva e cosciente disposizione interiore.
Il Natale è la nascita di qualcosa che non appartiene al mondo esteriore, ma che può illuminare il mondo esteriore. È la nascita di un principio che non si manifesta nello spazio, come un tempio od un monumento, ma nel tempo: un divenire, un processo, un cammino.
Questa distinzione tra spazio e tempo è fondamentale. L’antico mondo ebraico aveva espresso la sua sapienza nel Tempio di Salomone, un’immagine spaziale dell’universo, un simbolo grandioso che condensava leggi cosmiche e misteri spirituali. Ma il cristianesimo, dice Steiner, non nasce come immagine spaziale: nasce come evento temporale. Non è un edificio, è un cammino. Non è una struttura, è un processo.
Per chi educa, questa distinzione è decisiva. L’educazione non è un tempio da costruire, non è un sistema da applicare, non è un insieme di forme rigide. È un processo vivente, un divenire, un movimento che si rinnova continuamente. Ogni bambino è un evento temporale, non un oggetto spaziale. Ogni crescita è un mistero che si svolge nel tempo, non un meccanismo da controllare.
Per comprendere la natura di questo nuovo impulso, Steiner analizza il contesto in cui il cristianesimo è nato. Tre erano le grandi correnti culturali che lo circondavano:
– Il giudaismo, che fornì l’anima: la profondità interiore, la relazione con il divino, la tradizione dei profeti e del tempio.
– La grecità, che fornì lo spirito: la filosofia, il pensiero, la capacità di concettualizzare e comprendere.
– La romanità, che fornì il corpo: l’organizzazione sociale, il diritto, le istituzioni, la struttura esteriore.
Il cristianesimo nacque dentro queste tre correnti, ma non si identificò con nessuna di esse. Le utilizzò come veicoli, come involucri, come strumenti.
Il suo nucleo era altro: era un impulso nuovo, un principio che non apparteneva né all’anima ebraica, né allo spirito greco, né al corpo romano.
Questa immagine è pedagogicamente molto potente. Ogni bambino nasce dentro un contesto: una famiglia (anima), una cultura (spirito), una società (corpo). Ma nessun bambino è riducibile a questi tre elementi. Ogni bambino porta un impulso nuovo, un principio irripetibile, un nucleo che non deriva dal passato ma dal futuro. L’educazione è l’arte di riconoscere questo nucleo e di proteggerlo dalle ombre che lo circondano.
Steiner afferma che le tre correnti antiche non sono scomparse: sono sopravvissute come ombre. Non come forze vive, ma come residui, come forme svuotate, come poteri che continuano ad agire senza più la loro originaria luce. Quali sono queste ombre?
1. L’ombra del tempio salomonico, che sopravvive nelle società segrete, nei simbolismi esoterici svuotati, nelle forme rituali che hanno perso il loro contenuto.
2. L’ombra della grecità, che sopravvive nella cultura moderna, nella scienza materialistica, nel pensiero ridotto a calcolo e meccanismo.
3. L’ombra dell’impero romano, che sopravvive nelle istituzioni ecclesiastiche e statali, nelle strutture di potere, nelle forme organizzative rigide.
Queste tre ombre, dice Steiner, avvolgono il nostro tempo. Non sono il male: sono residui del passato che non sono stati trasfigurati. Sono forme che continuano a vivere senza più lo spirito che le aveva generate. E quando una forma sopravvive senza spirito, diventa un ostacolo, una deviazione, un peso.
Per la pedagogia, queste tre ombre sono estremamente riconoscibili.
L’ombra del simbolismo svuotato : l’educazione che usa parole come “valori”, “spiritualità”, “tradizione”, ma senza contenuto reale. È il ritualismo educativo, le frasi fatte, le pedagogie che imitano forme senza comprenderne il senso. È l’educazione che ripete, imita un modello, ma non crea.
L’ombra del materialismo culturale: l’educazione ridotta a competenze, misurazioni, prestazioni. È la scuola che considera reale solo ciò che è quantificabile. È la pedagogia che ignora l’anima e lo spirito del bambino, riducendolo a un insieme di funzioni cognitive.
L’ombra dell’organizzazione rigida: l’educazione schiacciata da burocrazie, regolamenti, standard. È la scuola che diventa amministrazione, non relazione. È l’insegnante trasformato in esecutore, non in artista.
Steiner non demonizza queste ombre: chiede di riconoscerle. Perché solo ciò che è riconosciuto può essere trasformato. E solo ciò che è trasformato può diventare nutrimento per il nuovo.
Uno dei passaggi più profondi della conferenza riguarda il mistero del Golgota. Steiner lo interpreta come la manifestazione storica di ciò che nei misteri antichi avveniva in forma simbolica: la morte e la rinascita del dio. Nel cristianesimo, tuttavia, questa morte non è più un rito: è un evento reale, visibile, storico.
Per Steiner, questo significa che l’umanità, a un certo punto della sua evoluzione, ha dovuto sperimentare la morte del divino nel mondo sensibile. Ha dovuto vedere il Dio morire. Ha dovuto attraversare un’epoca in cui il mondo appariva privo di spirito, privo di vita interiore, privo di significato. Attraversare il Golgota significa essere letteralmente strappati da un mondo simbolico e gettati nella cruda realtà della croce. E’ un punto di non ritorno nella storia dell’umanità.
Questa esperienza tuttavia diviene intrinsecamente condizione per la libertà. Solo un essere che non è più guidato dall’esterno, eteronormato, può diventare libero. Solo un mondo che non impone più il divino, può permettere all’uomo ormai solo, di cercarlo interiormente.
Per la pedagogia, questo è un punto cruciale. L’educazione non può imporre il senso: può solo creare le condizioni perché il bambino lo scopra. Non può imporre la moralità: può solo nutrire la forza interiore che la rende possibile. Non può imporre la spiritualità: può solo proteggere lo spazio in cui essa può nascere.
Le polarità educative : educazione autoritaria che appartiene al passato da un lato ed educazione libertaria superficiale che spesso tende al caos dall’altra, non possono soddisfare le esigenze dei nostri tempi. L’educazione del futuro è un’arte dell’equilibrio: un’arte che riconosce la morte delle vecchie forme e prepara la nascita di forme nuove.
Il compito dell’educatore dunque è distinguere la luce dalle ombre
Steiner insiste su un punto: il nostro tempo è grave, e richiede una nuova serietà. Non una serietà cupa, ma una serietà vigile, capace di vedere ciò che accade realmente. Le tre ombre non sono concetti astratti: sono forze che agiscono nella vita quotidiana, nelle istituzioni, nelle relazioni, nelle scelte educative.
L’educatore del futuro deve imparare a riconoscerle per non esserne ingannato. Deve imparare a vedere quando un metodo è solo un’ombra, quando un’istituzione è solo un involucro, quando un pensiero è solo un residuo. Deve imparare a distinguere ciò che è vivo da ciò che è morto.
Questa capacità di discernimento è la vera competenza pedagogica. Tutto il resto ,tecniche, strumenti, metodologie, è secondario. L’educatore che non sa distinguere la luce dalle ombre non può guidare un bambino verso la sua luce.
Verso la fine della conferenza, Steiner offre un’immagine che è un dono per ogni educatore: l’immagine dell’albero di Natale. Non l’albero decorativo delle feste, ma l’albero spirituale che illumina la notte dell’anima. Ai suoi piedi giace il bambino Gesù, non come figura religiosa, ma come simbolo del nuovo che vuole nascere nell’umanità.
Steiner dice che la luce della scienza dello spirito è ancora debole, come una piccola fiamma, ma questa fiamma illumina qualcosa di grande valore: il senso dell’evoluzione umana ed invita ogni anima a guardare questa luce con cuore puro, senza lasciarsi fuorviare dalle ombre.
Per la pedagogia, ancora, questa immagine è preziosa. Ogni bambino è un albero di Natale: porta in sé una luce che può essere piccola, fragile, nascosta, ma reale. L’educatore è colui che protegge questa luce, che la riconosce, che la accompagna. Non la impone, non la sostituisce, non la dirige: la custodisce.
In conclusione l’intera conferenza di Steiner può essere letta come una meditazione pedagogica. Non parla di scuola, ma parla dell’essere umano. Non parla di teorie pedagogiche, ma parla di coscienza. Non parla di bambini, ma parla degli adulti che devono diventare degni di accompagnarli.
Il messaggio è chiaro:
non possiamo educare se non siamo disposti a rinascere.
non possiamo guidare se non siamo disposti a vedere.
non possiamo proteggere il nuovo se non riconosciamo le ombre del vecchio.
Il Natale, per Steiner, è la nascita di un principio che può trasformare l’umanità. Per la pedagogia, è la nascita di un modo nuovo di guardare il bambino: non come erede del passato, ma come portatore del seme del futuro, non come recipiente da riempire, ma come mistero da accompagnare, non come oggetto di educazione, ma come soggetto di evoluzione.
In un tempo attraversato da crisi, smarrimenti, accelerazioni e paure, la conferenza del 1918 ci ricorda che ogni epoca oscura è anche un grembo. E che il compito dell’educatore è quello di preparare lo spazio perché qualcosa di nuovo possa nascere. Non un metodo, non un sistema, non una dottrina: un essere umano libero, capace di portare luce nel mondo.
Questo è il vero Natale dell’educazione.
Bibliografia essenziale
– Steiner, Rudolf. Come ritrovare il Cristo? Tre ombre sul nostro tempo e la nuova luce del Cristo.Seconda conferenza tenuta a Dornach il 24 dicembre 1918. Opera Omnia n. 187.Editrice Antroposofica, Milano.(Testo base dell’articolo, in cui Steiner analizza la nascita del cristianesimo, le tre ombre – giudaismo, grecità, romanità – e il compito dell’umanità nel riconoscere la luce del Cristo.)
– Steiner, Rudolf. Il cristianesimo come fatto mistico.Opera Omnia n. 8.Editrice Antroposofica, Milano.(Citato esplicitamente nella conferenza: Steiner interpreta il mistero del Golgota come manifestazione storica dei misteri antichi.)
– Steiner, Rudolf. La leggenda di Olaf Åsteson.Diversi riferimenti nelle conferenze del ciclo natalizio.Traduzioni e adattamenti disponibili su riviste antroposofiche e siti come Ecoantroposophia.(Leggenda norvegese evocata da Steiner come immagine archetipica del viaggio dell’anima nelle notti sante.)
– Steiner, Rudolf. La scienza dello spirito orientata antroposoficamente. Vari cicli di conferenze, tra cui:– Il ciclo dell’anno come via di iniziazione– Le feste cristiane come vie interiori .(Fondamento della visione pedagogica e spirituale che anima l’articolo.)
– Bock, Emil. La nascita del cristianesimo e i suoi misteri.Edizioni Arcobaleno.(Approfondisce il contesto storico e spirituale della nascita del cristianesimo secondo la visione steineriana.)
– Kranich, Ernst-Michael. Il mistero del Natale.Natura e Cultura Editrice.(Riflessione pedagogica e cosmica sul significato del Natale nella scuola Waldorf.)
– Zeylmans van Emmichoven, Frederik Willem. Le tredici notti sante. Edizioni Antroposofiche.(Guida meditativa per il periodo tra Natale ed Epifania, in dialogo con la leggenda di Olaf Åsteson.)
– Ecoantroposophia. Il canto del sogno di Olaf Åsteson. Articolo online:ecoantroposophia.it
(Traduzione poetica e commento della leggenda, utile per integrare il testo nel lavoro pedagogico.)
